Il dolore dei nani di Villa Valmarana
Un nobiluomo vicentino aveva una figlia, Jana, dal bellissimo volto ma dal corpo nano e deforme, e la amava con tutto se stesso.
L'uomo adorava la figlia a tal punto che, per proteggerla dalle possibili sofferenze che la sua deformità poteva procurarle, fece costruire nel 1669 questa grande villa ai piedi del Monte Berico, circondandola di uno stuolo di nani e nane pronto a soddisfare ogni desiderio della fanciulla, che in questo modo non poteva rendersi conto della sua diversità, né avere contatti con persone diverse da quelle con cui era stata circondata. Alla ragazza era stato infatti proibito di affacciarsi a qualsiasi finestra, né poter uscire dalla gabbia dorata che il padre le aveva edificato attorno. [...] Ma la ragazza era molto intelligente e curiosa di natura. [...]
Fu così che un giorno, eludendo i controlli, la ragazza si affacciò a una finestra proprio nel momento in cui un bellisssimo giovane a cavalllo, un principe, stava transitando sulla strada sottostante: il principe si invaghì della bellezza di quel viso ma quando lei uscì sul terrazzo e mostrò il suo corpo, il ragazzo fuggì inorridito. [...] La sua diversità emerse allora in tutta la sua brutalità e, disperata per il suo destino infelice, la fanciulla si tolse la vita gettandosi nel vuoto.
Si racconta che i nanetti suoi fedeli servitori, saliti sul muro di cinta per vedere cosa stessa accadendo, nell'assistere alla triste fine della loro padroncina, impietrirono all'istante per l'immenso dolore provato.
Testo tratto dalla pubblicazione di Alberto Toso Fei, "Il Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda", Veneto Spettacoli di Mistero, Regione del Veneto, Fiera di Vicenza
Le acque sulfuree del lago di Lagole
Il laghetto sulfureo di Lagole è conosciuto fin dall'antichità per le sue proprietà benefiche. Le donne, infatti, vi si recavano per mantenersi giovani e belle e per questo lo specchio d'acqua era denominato anche "laghetto de le tose". Vicino a questa località c'era il regno delle anguane, donne dai piedi di capra [...].
Le anguane erano ividiose della bellezza delle fanciulle della zona, e in particolare di quella di Bianca, la più bella di tutte.
Nel corso di una sera di plenilunio, mentre tutti gli uomini erano a caccia, le donne si apprestarono a compiere il consueto rito del bagno. Ma quando furono immerse nell'acqua le anguane le attaccarono e con i loro orrendi zocccoli le uccisero tutte. Non contente, incendiarono il villaggio. Gli uomini videro le fiamme e tornarono di corsa, ma era ormai troppo tradi: le donne erano morte, Bianca era mortalmente ferita. Fu adagiata su una barella di rami di pino per essere trasportata sulle Marmarole.
Fu allora che il dio di Lagole, impietosito, compì un primo prodigio: dalle gocce di sangue che cadevano a terra fece nascere fiorellini rosa profumati. Una volta arrivati alla cima della Croda Bianca, il dio compì un secondo prodigio sulla tomba della ragazza: tramutò gli uomini in pietra perché nessuno potesse più disturbarne il sonno. Le anguane si ritirarono nelle loro grotte, ma non scamparono alla punizione del dio, che rese venefiche per loro le acque del lago e così le uccise tutte.
Testo tratto dalla pubblicazione di Alberto Toso Fei, "Il Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda", Veneto Spettacoli di Mistero, Regione del Veneto, Fiera di Vicenza
Link utile: tappa Area Naturalistica Termale Archeologica di Làgole - Calalzo di Cadore BL del Percorso Storia e Archeologia nel cuore delle Dolomiti
Link utile: Villa Bertolo, Valmarana, detta "ai Nani"
Lo spettro della sfortunata Lucrezia degli Obizzi
Nel Castello del Catajo, verso Battaglia Terme, si trova una pietra macchiata del sangue di Lucrezia Dondi dell'Orologio, moglie di Enea II degli Obizzi, barbaramente assassinata la notte del 14 novembre 1654 da uno spasimante respinto, Attilio Ravanello, che la uccise con una rasoiata alla gola nella sua camera da letto.
Lo spirito della sfortunata Lucrezia vaga ancora oggi nel Castello: la sua figura vestita di azzurro talvolta si affaccia dalle finestre più alte del Catajo, diafano fantasma che non riesce a trovare pace finché il sangue che ha versato continua a rosseggiare sulla pietra dove fu versato. [...]
Lo spettro di Lucrezia è stato anche dipinto, nei secoli, da artisti catturati dal suo fascino arcano.
Una lapide, al pianterreno, ne ricorda la vicenda.
Testo tratto dalla pubblicazione di Alberto Toso Fei, "Il Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda", Veneto Spettacoli di Mistero, Regione del Veneto, Fiera di Vicenza
Link utile: Castello del Catajo
Il Castello di San Zenone degli Ezzelini preserva gelosamente il tesoro di Alberico da Romano, che vi si era rifugiato con tutto il suo oro dopo la morte del fratello Ezzelino, ucciso dopo un lungo assedio condotto nel giugno del 1260 da una coalizione di vari Comuni, da Venezia a Padova e Vicenza con i bassanesi, i friulani, i signori d'Este e da Camino.
Il tesoro, mai recuperato, sarebbe protetto dal diavolo e chiunque abbia cercato di metterci mano è sempre scomparso misteriosamente.
Tra le rovine del castello si possono ascoltare, la notte, lugubri lamenti di fantasmi senza pace. Sono quelli del tiranno e della sua famiglia, che alla fine d'agosto di quell'anno, allo stremo delle forze e dopo il tradimento di Mesa Da Porcilia che difendeva la cintura inferiore del castello, si rifugiarono nella torre maggiore e resistettero per tre giorni prima di consegnarsi ai nemici.
Testo tratto dalla pubblicazione di Alberto Toso Fei, "Il Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda", Veneto Spettacoli di Mistero, Regione del Veneto, Fiera di Vicenza
Il gorgo della sposa
Nelle vicinanze di Trecenta vi sono alcuni "Gorghi", cavità naturali alimentate dalle sorgive di un vecchio alveo del Po che hanno creato piccoli laghetti in un ambiente ricco di vegetazione. Il più famoso è il "Gorgo della Sposa", il cui nome deriva da una leggenda che narra la storia di una fanciulla.
Sara, figlia di poveri contadini, era innamoratissima di Antonio, il fattore dei conti Spilletti. Il giovane, a sua volta, era perdutamente innamorato della fanciulla, che era di una bellezza strabiliante. Se ne accorse anche il conte, Daniele Spilletti, che, invaghito della ragazza e incurante dei suoi veri sentimenti, ne chiese la mano alla famiglia, che non poté rifiutare l'offerta.
Presto arrivò il giorno delle nozze: Sara era disperata; per un assurdo scherzo del destino, a condurre la carrozza trainata da quattro cavalli bianchi era stato incaricato proprio il suo Antonio. Sulla strada verso la chiesa, però, accadde l'imprevedibile: i cavalli si imbizzarrirono e trascinarono la carrozza nel profondo del gorgo. Antonio si tuffò per afferrare Sara ma il suo lungo vestito bianco le impedì di muoversi. Nonostante i tentativi disperati del giovane fattore, i due non riuscirono ad emergere e furono trovati - sorridenti- stretti in un abbraccio mortale.
Da allora, per tutti, quello è il "Gorgo della sposa": qualcuno racconta che, nelle notti di settembre, all'apparire delle prime nebbie, alla luce della luna piena, la sposa ritorni a cammniare sulle acque, tenendo per mano il suo amato.
Testo tratto dalla pubblicazione di Alberto Toso Fei, "Il Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda", Veneto Spettacoli di Mistero, Regione del Veneto, Fiera di Vicenza
La sirena del lago di Lipsida
Manfredo dei Monticelli era un giovane conte che, sebbene avesse solo venticinque anni, era da tempo molto malato nelle membra.
La notte di San Giovanni, non potendo trovare pace, si recò fin sulle sponde del lago di Lipsida, a meditare sulle sue sfortune.
"Sono tutti felici, tranne me!", si ritrovò a dire di fronte alle acque. Il giovane nobile già stava pensando di gettarsi tra le buie onde del lago e porre fine così ai suoi supplizi, quando una ragazza dal bellissimo volto emerse dal lago e lo interrogò: "perché sei infelice se tutto è così bello?". Il giovane, superato il primo momento di smarrimento, e completamente catturato dalla bellezza di quello sguardo, spiegò alla ragazza come nelle sue giunture corresse il gelo.
La donna non disse nulla, ma sparì nelle nere acque del lago, mostrando una coda di pesce. Era infatti una sirena.
Quando rimerse, teneva in mano del fango nero, bollente, col quale coprì il corpo di Manfredo; si mise poi a cantare e, insieme alle membra, il giovane sentì anche il cuore andargli in fiamme.
Il conte, guarito, giurò il suo amore eterno alla sirena, da essa ricambiato. I due si videro per alcune notti finché lei si recò a Venezia, da una maga, per chiedere consiglio. Fu scoperta però dal re dei fauni che, in segno di castigo per aver tradito le sue genti, la condannò ad essere donna. Quale dolce supplizio! Ma la sirena non aveva un'anima... Vagò così a lungo cercando di procurarsene una finché capitò un giorno nella chiesa del Santo. Pregò con tutto il suo fervore, finché una voce le disse: "Va in pace. Baciandoti, il tuo amato ti darà metà della sua anima". Così avvenne e i giovani, due corpi e un'anima sola, vissero felici.
Da allora, i fanghi degli Euganei iniziarono a ridare a molti la salute. E nella notte di San Giovanni sono in molti a giurare che dal fondo del lago si senta ancora il canto felice della sirena.
Testo tratto dalla pubblicazione di Alberto Toso Fei, "Il Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda", Veneto Spettacoli di Mistero, Regione del Veneto, Fiera di Vicenza
Ultimo aggiornamento: 24-09-2025