Bene etnoantropologico immateriale
Descrizione
E.E. accenna alla fase iniziale del suo lavoro di fabbro e allimportanza della vicinanza di Venezia per un artigiano della terra ferma. Ho cominciato a lavorare con una forgia che era di mio padre senza officina, sotto un ombrellone, praticamente, con la forgia che inizialmente era a mano. Poi ho adoperato come ventilatore un aspirapolvere alla rovescia e poi, pian piano, lavorando e sacrificando parecchio sono riuscito a farmi unofficina completa con i magli, con le attrezzature e a raggiungere una buona notorietà, sia a Venezia e nel Veneto, sia allestero. (...) Il lavoro a Venezia è nato perché mio figlio ha frequentato lIstituto dArte ai Carmini a Venezia come orafo. Lì è entrato in contatto con lambiente veneziano e poi abbiamo avuto loccasione di rilevare lofficina di un fabbro che era dismessa da tre o quattro anni. labbiamo rilevata in affitto e abbiamo cominciato ad esporre i nostri lavori. Allinizio pensavamo di poter lavorare nellofficina, poi non è stato possibile per i vari regolamenti subentrati nel frattempo, una quindicina danni fa, circa nel 1998-1999. Pietro, il fabbro, lavorava a caldo anche lui, a suo tempo, aveva una piccola forgia dentro, nella Calle Lunga del Cristo a Santa Maria Mater Domini. Lui era andato in pensione e lofficina era rimasta chiusa. Speravamo di poter fare dei piccoli lavori alla forgia, ma non è stato possibile. (...) Raggiungere un po Venezia per noi è una specie di mito, nel senso che lì è la sede dellArte, la sede delle cose belle e dei lavori fatti bene. Poi mio figlio aveva frequentato, prima come allievo e poi come insegnante lisola di San Servolo dove cera quella scuola di specializzazione per gli artigiani e quindi si era innamorato dei lavori che aveva visto a Venezia e che facevano dentro a San Servolo anche. Quindi è stato un po il coronamento di un sogno, diciamo, andar là. Lì abbiamo avuto subito un buon successo di pubblico, persone che sono venute, residenti veneziani soprattutto.