Bene etnoantropologico immateriale

Descrizione

Per aiutare il padre, appena finita la seconda guerra, sale in barca; allora i primogeniti avevano diritto di andare a studiare, ma lui non ha potuto. Mio padre mi disse: “Vieni in barca per un anno e poi vai a studiare”, ma “quando metti i piedi in barca non scendi più, oggi sono contento e soddisfatto di non essere andato a studiare, perché penso che i venti anni di navigazione che ho fatto con mio padre, diciamo che ho fatto un’università del lavoro, perché un bravo barcaro deve saper fare cento mestieri in uno solo”. Si navigava con remi lunghi dai 7 ai 9 metri, con barche da 300 tonnellate, o a vela. In discesa si andava con la corrente, a seconda, e nelle anse si utilizzavano le catene per frenare l’imbarcazione. Dovevi saper fare tutto: ”cucire le vele, far da mangiare, aggiustare le funi, aggiustare la barca, fare i calafataggi”. Ricorda che il padre lo incitava continuamente dicendo: ”Non star lì a guardare in giro, guardando si impara”. La prima volta che sale in barca, ha 13 anni, “ero un #putèo#, anche se potevo già considerarmi un uomo”, il viaggio era stato fatto per andare a caricare il grano nella pianura veneta. Da lì il viaggio è proseguito verso Venezia, poi Portogruaro, e, ancora, verso Cervignano “sono stato via in barca la prima volta quattro mesi”. Quando è tornato a casa, ricorda che la madre non lo riconosceva più: era cresciuto di 12 centimetri grazie al movimento e alla vita all’aria aperta e al pane e biscotto che mangiava continuamente. “Un po’ alla volta l’arte mi ha preso la mano; la prima volta che il mio papà mi dava la barra del timone in mano lunga sette metri avevo una cosa estranea, ma quando prendi la passione del timone, non la lasci più”. R.C. ricorda che, da mozzo, al mattino, dopo essersi lavati il viso, si andava a mezza barca, dove c’era la cucina estiva col braciere, tagliava la legna e accendeva il fuoco per fare il caffè e portarlo al padre. Si dovevano poi fare le pulizie della barca con la #sessa e la scopetta#, soprattutto si doveva pulire più volte al giorno la scala che portava sottocoperta. Bisognava anche fare attenzione a pulirsi il cappello “perché il cappello faceva l’uomo” , le scarpe e la biancheria. Era poi necessario imparare a far da mangiare, saper pestare il lardo con la cipolla, fare la polenta in modo da evitare che venisse con gli “gnocchi”, friggere il pesce. Molte erano poi le attività legate alla manutenzione della barca: cucire le vele con il filo di cotone ed aghi speciali, aggiustare le funi e fare le piombature; fare i nodi e saper distinguere il sistema di tiraggio della fune sulle bitte, a seconda che fosse #a mo’ in su# o #a mò in giù#, salpare l’ancora e navigare a remi con la scialuppa.

Dettagli

Denominazione

Apprendistato del barcaro

Altra occasione

testimonianza raccolta su richiesta

Verbale

Voce/i maschile/i 1

Link scheda estesa

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