Carlo Scarpa, Area Fondazione Querini Stampalia

Area Carlo Scarpa

 

Carlo Scarpa (Venezia, 1906 - Sendai, 1978) è tra i protagonisti della scena architettonica mondiale del Novecento. Nei suoi progetti riversa la cura del dettaglio accomulata fin dalle prime esperienze di design, soprattutto come consulente artistico per quelle fornaci di Murano che fra gli anni venti e cinquanta del secolo rilanciano con successo la lavorazione del vetro, rivisitando in chiave moderna l’essenzialità delle sue forme più antiche. Della vetreria Venini, su disegno di Scarpa, sono le lampade da tavolo nelle sale di lettura della nostra Biblioteca.

Tra il 1959 e il 1963 Carlo Scarpa rinnova parte del piano terra del palazzo Querini Stampalia, la prima rampa della scala – che allora era l’accesso principale ai piani superiori – e il giardino nella corte.Il presidente della Fondazione Gino Luzzatto e il direttore Giuseppe Mazzariol chiedono a Scarpa di ricavare un’area per mostre e conferenze a partire da alcuni ambienti adibiti a magazzino. Già il predecessore di Mazzariol, Manlio Dazzi,dieci anni prima si era rivolto all’architetto affinché rinnovasse l’entrata e il giardino. La sensibilità artistica di Scarpa lo porta a ripensare radicalmente lo spazio: rimuove l’impianto ottocentesco, mentre conserva e integra nel nuovo gli elementi cinquecenteschi superstiti.

Il pavimento dell’ingresso, in marmo, è una sorta di scacchiera scomposta a riquadri bianchi, rosa, rossi e verde scuro, con inserti più piccoli, quadrati o rettangolari: una superficie policroma e vibrante, concepita dall’architetto per entrare in risonanza con il soffitto in stucco rosso, tirato a spatola.

Scarpa interviene su soffitti, luci e chiusure della prima rampa, creando allo stesso tempo uno stacco e un passaggio tra l’inserto contemporaneo e gli altri ambienti del palazzo, la Biblioteca, la Casa Museo.  È questo dialogo di Mazzariol con l’architetto a coglierne il processo creativo e la personalità: “Una mattina del 1961, quando gli raccomandavo che la marea restasse fuori dall’atrio del Palazzo, lui, guardandomi fisso dopo una pausa d’attesa: ‘Dentro, dentro l’acqua alta, dentro come in tutta la città. Solo si tratta di contenerla, governarla, usarla come un materiale luminoso, riflettente’”. Scarpa la lascia dilagare, attraverso il motivo a meandro delle cancellate con cui ha sostituito i battenti pieni, di legno, dei portoni: l’acqua lambisce i gradoni irregolari di una moderna banchina interna, diventa specchio mobile. L’effetto trasforma l’entrata in un fantasmagorico acquario. “Vedrai i giochi della luce sugli stucchi gialli e viola dei soffitti, una meraviglia!” continua Scarpa. “La gioia di comunicarti un dono: la soluzione del problema e in più la bellezza… l’incanto dell’inatteso” conclude Mazzariol.

L’atrio immette nella sala per mostre e conferenze, intitolata a Gino Luzzatto. È una rilettura suggestiva del portego, il vasto ambiente aperto fra canale e corte, tipico di alcuni palazzi veneziani.

Scarpa lo separa dalle porte d’acqua con l’alloggiamento dei termosifoni in pietra d’Istria. Un motivo a foglia d’oro e “feritoie” chiuse con lastre di cristallo porticina laterale, con cerniere a scomparsa, della saletta dei conferenzieri.

Scandita dalle colonne dell’edificio cinquecentesco, la parete di fondo in cristallo si apre sul giardino, che pare un’estensione naturale della sala. È uno spazio raccolto, contornato da un’alta cinta: un hortus conclusus che reinterpreta le tradizioni arabe e giapponesi. Le specie botaniche, selezionate da Scarpa stesso per l’arredo vegetale e ripristinate nel tempo, fanno parte del progetto di ristrutturazione: il ciliegio, la magnolia e il melograno per lo spazio erboso geometrico al centro; ninfee per le fontane; l’edera sul muro; il mirto, la feijoa, violette e pervinche nelle aiuole.

Un muretto in calcestruzzo delimita il prato, sopraelevato rispetto al livello della Sala Luzzatto ma alla stessa quota del campiello esterno. Lo fiancheggia uno stretto canale lineare che porta un filo d’acqua, come da una simbolica sorgente, da un labirinto rettangolare in marmo a un altro circolare in pietra d’Istria, che fa da gocciolatoio, posto presso una vera da pozzo. Non c’è cisterna, è un elemento ornamentale, come i capitelli e il leoncino gotico lì accanto. Sulla sinistra una quinta, anch’essa in calcestruzzo, separa il giardino da un piccolo cortile. 

La taglia un fregio a mosaico dell’amico Mario De Luigi. Scarpa ripropone la tecnica a mosaico nella vasca quadrata ai piedi del “sipario” di cemento. La vasca ne contiene un’altra in rame. Il contrasto crea anche in questo caso studiati effetti luminosi.

Il gorgoglio sommesso dell’acqua è la voce di questo luogo segreto, quasi fuori dal mondo, ma ben connesso alla vita.


Fondazione Querini Stampalia,  testo tratto da "Guida breve alla Fondazione Querini Stampalia"


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Ultimo aggiornamento: 07-05-2021